martedì 28 febbraio 2012
Come Leggere.
Come leggere? C'è in portoghese una parola bellissima, che significa anche esperienza vissuta, ma che, a differenza dell'italiano, evita il participio passato e tende al gerundio: vivência. Rispetto al viaggio della vita, il come è un gerundio. Come leggere? Leggendo. Come scrivere? Scrivendo. Leggere non per interpretare, per capire; ma ascoltare, intendere, quindi leggere. Non si legge ciò che si vede, ma ciò che si ode e s'intende. -La dissidenza-
sabato 25 febbraio 2012
L’ISLAMISMO.
L’Islam è il
luogo dove la scenografia funziona.
Esso è il luogo altro, il luogo del figlio, non già quello dell’etica e
della legge, ma il luogo dell’astuzia della parola. Il luogo dell’anima.
Il luogo
della scenografia è il luogo della scrittura della scena, la scrittura della
parola che trova cittadinanza e terra nella sua impresa intellettuale.
L’impresa
intellettuale è il diritto delle donne. La questione donne come diversità e
indice dall’anonimato. Il discorso
religioso, il discorso biblico, è il discorso dell’uguaglianza misurata. Quella
tagliata su misura della donna che, come soggetto ideale veste la divisa, se
non la divisione mortale, quella di Aristotele, secondo cui ogni uomo è mortale.
Per
estensione nel discorso occidentale, ogni donna è mortale, come nel mito delle
tre Parche, quelle streghe che tramano sul filo della vita, la morte. E allora la morte si fa soggetto, si fa
donna in divisa, la quale deve essere umanizzata e arruolata, sotto il
controllo del Padre, perché il male.
Le donne sono il
male, il peccato, l’incesto, questo il discorso dell’Islam, non di certo la
parola Islamica, dove il testo,
l’analisi sul testo, la lettura trova elementi nel proprio idioma.
Lo
specifico, il particolare, architettura la legge secondo il proprio idioma,
edificando il proprio monoteismo. Il monoteismo dell’islam è il monoteismo
dell’anima, quello della parola dove le donne e gli uomini non sono mortali.
Le donne
sono nella parola e divengo dispositivo intellettuale, senza bisogno di delega
o nomina del padre, nel Nome-del-Padre.
La
morfologia è ancora morfologia del padre, entro cui la paura s’assoggetta, si
anima e s’animalizza; nutrendosi, essa si nutre dell’altro elevandosi
uni-versalmente, fino a divorarsi da sola. La paura si fa mimetica e gira in tondo nominandosi Reale.
La paura
imperiale, la paura Regale, è paura del diritto privato.
Il diritto è
il luogo dove il nome funziona. È il luogo dell’innominabile e dell’anonimo,
che non si lascia divorare dal conformismo anima-le.
La donna come
animale fantastico, rappresentazione dell’Altro, buono o cattivo, vittima o
carnefice, riempie i copioni di ogni commedia, quando non sfocia in tragedia.
La politica
dell’islam è la sua cartografia impossibile, altrimenti la carta d’identità di
Platone: “dimmi cosa pensi e ti dirò chi
sei”.
Impossibile già
dire Isacco chi è, impossibile già dire Abramo chi è, ugualmente con Giacobbe
che, s’accorda con la parola e la voce dei fratelli. La politica di Giacobbe è
tonale, è un accento linguistico.
In Islam dimorano i toni dell’anima, i toni delle donne, entro cui diritto, storia e
geografia s’accordano, attraverso la narrazione, con Dio, il Nome e la
Legge, -l’Ebraismo-; e il Figlio, l’Etica, il Fare, -il Cristianesimo-; e nella
logica diadica e triadica, la dissidenza, l’errore, l’erranza, l’errante, il
capitale della vita trova piacere.
La religione è un
impegno, la rivoluzione è della parola. La politica è un compromesso, altra cosa è la politica della parola.
La tragedia, la
non-identità, per dirlo con Giampaolo lai, esige l’inconciliabile, tra ciò ch’è
identico e ciò ch’è non identico, l’anomalia.
La catacresi, la
politica dello squarcio, non si misura sul taglio, sulla tagliata grigliata e
affettata come la repubblica, ma s’apre alla dimensione diplomatica. La dimensione delle donne Islamiche, segretarie
di legazioni, note amministrative, favole, racconti e narrazioni.
Amministratici d'appunti, lettere, battute, aneddoti e romanzi, il cui
capitale della vita trova il Nobel per la Pace.
Francis.
giovedì 23 febbraio 2012
" [...] La questione, nel congresso Sessualità e politica, ha trovato ancora di più il modo di precisarsi. Ma, intanto, già sessualità è in un’accezione differente da quella di Freud, perché c’è qualcosa che oscilla in Freud fra il naturalismo e ciò che naturalismo non è. Leggendo tra le righe Freud e restituendo il suo testo, noi possiamo dire che il significante sessualità, che egli ha coniato, può essere colto in un’accezione non naturalistica. Però ci sono anche le premesse, nel suo discorso, dello sperimentalismo e del naturalismo, anche se più di una volta egli dichiara di non fare sperimentalismo. Sopra tutto, il suo intervento è nettissimo per quanto riguarda la psicoterapia: la sua non è psicoterapia, quindi non rientra nella cura del dualismo psicofisico, non è la cura dell’unità corpo-psiche, sul modello ontologico. La sessualità è intellettuale, incomincia a emergere con Freud, quindi anche con Lacan. Nel discorso di Lacan, essa scivola verso quello che egli chiama il reale.
Ecco la questione: la sessualità non è reale, la politica non è reale, ovvero la sessualità, la politica, non appartiene al registro dell’impossibile, al labirinto, al registro della legge della parola e al registro dell’etica della parola. La sessualità sta nell’intervallo tra questi due registri: sta dove le cose si raccontano e si fanno; segnatamente dove si fanno. E non si fanno, se non si raccontano. Il racconto è sogno e dimenticanza. Questo implica che una funzione, esclusa dal discorso occidentale, la funzione di Altro, è essenziale per la sessualità, per il racconto, per il fare, per la poesia. Cogliere la funzione di Altro come essenziale per la politica è una cosa che chiamare rivoluzionaria è un eufemismo, perché la politica con l’ontologia sorge espungendo l’Altro, rappresentandolo, personificandolo. Il principio del due non è il principio dell’unità, quindi di non contraddizione, d’identità, del terzo escluso, principio di circolarità. La logica predicativa esclude la politica intellettuale, la politica pragmatica, la politica irreale.
La sessualità è questo. La sessualità è politica: politica dell’ospite, politica dell’Altro. Non può essere determinata dal criterio dell’armonia sociale, della proporzione sociale, della simmetria sociale, della relazione sociale, da nessuna genealogia, da nessuna appartenenza a un gruppo, a una casta [...] " -La politica dell'ascolto-
IL CRISTIANESIMO.
“Gesù, crocefisso, morì e fu sepolto, poi resuscitato
aprì le porte del paradiso in remissione dei peccati”.
Il cristianesimo
guarda Gesù cristo come dio fatto Uomo. Quindi ancora prima che il Figlio si
faccia uomo, viene posto in origine lo statuto dell’uomo, il quale segue nel
suo atto, nell’Esodo, una sua etica.
L’uomo Mosè
è sembiante, è oggetto di parola che guida il popolo alla liberazione.
L’uomo Gesù
è il tempo e afferma, secondo l’occorrenza, che non c’è da aspettare per operare.
La sua opera
trova cittadinanza nella sua parola, il suo atto. La sua impresa.
Il cristiano
ha l’obbligo di edificare il suo monoteismo stretto, per dirlo con Freud,
perché non c’è più tempo da perdere, il suo incedere è il suo Pentateuco
personale.
L’opportunità
qui trova la remissione dei peccati dove, annotando una lettura
giudeo-romana, quindi tra l’ebraismo e il cattolicesimo, si segna l’accordo
sui primi tre comandamenti: la santificazione del Nome.
Il principio
di vita, il principio di parola, il principio di Verbo. Tolta la causa, tolto
il Nome è tolta la provocazione della parola con i suoi effetti che, circolando,
l’itinerario di vita, diviene itinerario canonico.
La
canonizzazione è amore per l’ortodossia, quella di Lutero, che accusa il
cattolicesimo di eresia, selezionando così chi è dentro e è chi fuori dalla sua
chiesa. Il principio di terzo escluso, nato in Grecia con Aristotele.
Per lo
stesso principio il luogo comune si veste nell’immagine laicista e ateista, che
non intendendo per nulla la questione intorno il nome di Dio, si condanna a
essere la sostanza di una nova comunità/civiltà, di un insieme entro cui, l’uni-verso,
si rinchiude su una sola versione dei fatti.
Per questa
“nuova”canonizzazione, la scienza della parola è esclusa, mentre
l’epistemologia si limita sulla tecnica discorsiva, quella dove tutto è
politicamente corretto.
Questo è il
fantasma del monoteismo epistemico, dove la caccia agli ebrei trova la sua
giustificazione.
La
giustificazione afferma ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, ciò che è pieno
e ciò che è vuoto, per riempirsi di nulla fino alla morte. Si tratta quindi di
leggere il fantasma di presunzione entro cui, la teoria, rimane implicita al
soggetto.
L’occorrenza
è sempre seconda, perché quadratura del cerchio naturale. Essa è rinascimento,
che teorizza quel che dell’esperienza si scrive: il nutrimento intellettuale.
La rinascita
di Cristo quindi deve essere letta come apertura, non su una vita dopo la morte
che, il cristianesimo attende da mille anni con il messia, ma come fede che
restituisce per astrazione un’ipotesi pragmatica, etica.
L’identità e
l’integrazione sono due monoteismi, il regno di Dio: la voce; e il regno del
Figlio, la parola, entrambi e ciascuno nella sua funzione, dall’inconciliabile,
trovano l’apertura intellettuale. La piega e la scrittura.
Così nel
rischio e nell’azzardo i due fratelli, Ebraismo e Cristianesimo partecipano
alla costruzione della civiltà, entro cui il terzo l’Islamismo non è escluso.
Questa è la
nostra impresa intellettuale: la questione ebraica che introduce Dio, il Nome e
la Legge; la questione Cristiana che introduce il Figlio, l’Etica, il Fare; e
la questione Islamica, ch’è Islamica e altra cosa dalla questione Ebraica e
dalla questione Cristiana, l’altro figlio. A queste tre s’opera un più zero, la
questione indiana: la silente traccia.
Francis
mercoledì 22 febbraio 2012
L’EBRAISMO.
“L’ebreo è un libro” , l’ebreo non ama
l’immagine, non ama il Nome e nemmeno lo rappresenta, egli è libro, egli è
parola che, Dio ha donato lui, nella funzione libera.
Per l’ebreo
scrivere, è scrivere nell’istante in cui Dio si ritira dalla parola, è atto di
rivoluzione come tentativo suicida di rappresentare la parola. Il Nome.
In ebraico le lettere sono numeri per
esempio aleph è l’uno che, nel
momento in cui si vede, si vede yod,
il quale si sposta di posizione, un po’ qui e un po’ là, e infine il vav che è l’uno ma anche il tre. Yod corrisponde al dieci, Yod è ancora
dieci e Vav è il sei, la composizione è che Aleph è 1- è 3, è il 26. Il
ventisei è il Nome di Dio, il tetragramma, il Nome. Dunque Dio non ha nome pertanto non ha dogma.
La Bibbia
ebraica s’apre con un bet il due, la b come Breshit, il cominciamento
anteriore, e “finisce” con un lamed
il trenta, considerata la più grande delle lettere. Dunque componendo 3 e 2,
32, lamed bet, si traccia il
cominciamento del cuore, il battito del cuor, il viaggio del cuore.
Un ultima
nota intorno al testo ebraico è di Sefer Jetzira, che scrive: “Dio creò, con
che, con che cosa?- con il, sfà, saffer,
seppur” esse sono la stessa parola Sfà significa cifra, numero, Seffer è il
libro come spazio, Seppur è il racconto, il vocabolo. Dio creò il mondo con
questa parola, il viaggio nella parola, dove ciascuno ha la sua propria
lettera, ciascuno è una lettera particolare.
Ma la nostra
ricerca ci porta “all’origine” della questione ebraica che, risalente a Mosè,
questa religione si distingue, attraversando la lettura di Freud, da quella
Egizia.
La prima,
quella ebraica, afferma un Dio unico e onnipotente il cui nome è
impronunciabile e impossibile da mostrare. Una fede in tale assolutezza, erige
un Monteismo e naufraga sull’immortalità: di una vita oltre la morte.
Per contro
la religione egizia erige un Politeismo, le cui note si rintracciano ancora
oggi nelle diverse rappresentazioni greche di statue e templi,
Dèi-Uomini/Dèi-Animali; il Dio Sole o gli Dei delle costellazioni, ma affonda
sulle funzioni di tali Totem cui le differenze risultano minime.
Nella
lettura del Mosè di Freud s’annota,
da una parte un Mosè che condanna, censura la magia e la stregoneria, e
dall’altra un Mosé che eccede, abbondando di arti occulte e incantesimi.
Tali
incantesimi danno così forma e dominio a Osiride, dio dei morti, incontrastato
signore degli egizi, testimone della circoncisione che, come fossile guida, per
dirlo con Freud, è segno di una consacrazione divina.
Questa
consacrazione divina, cui i sacerdoti Madian fanno riferimento, inscriveva limitazioni
nell’uso del nome di Dio, nel rito giudaico, affermando un nuovo tabù.
Al posto di
Yahweh, il dio vulcano, si doveva dire Adonay. L’assonanza tra il nome egizio Atòn, (nome arcaico per il
dio del sole) e la parola ebraica per Adonay (mio signore), e il nome siriaco
Adon, apre le porte a una comunanza tra lingua e significato entro cui l’ipotesi
ebraica menziona Adonay come
l’unico Dio del popolo d’Israele.
Il privilegio
di tale atto-segno e tabù, trova orgoglio e nobiltà che, Mosè, pronunciò come
Popolo Santo. Questa espressione
si ritraccia nel testo biblico, il quale non manca di contraddizioni causate da
una modificazione, nota come Codice
sacerdotale, entro cui l’opera subì una vera rielaborazione da parte di
Esdra e Neemia.
Ciò che
s’agita è la deformazione che, nel suo doppio senso, è testimone circospetta
della forma e del luogo, in cui si nascondono elementi ripudiati, rifiutati,
mimitizzati dal contesto.
La lettura
intorno al fossile guida, riguarda
l’innovazione dell’uomo sulla natura. L’operazione è cambiamento della natura, del corpo che non è
perfetto, la quale avviene l’ottavo giorno, a una settimana dalla nascita del
figlio, il cui insegnamento è quello di vivere sempre a livello dell’otto, dell’infinito,
dove la torah è solamente personale.
Francis
P.S in riferimento alla "[La danza della realtà, Alejandro Jodorowsky]"
P.S in riferimento alla "[La danza della realtà, Alejandro Jodorowsky]"
L'io (e)' l'altro, l'io h(o) l'altro?
Un articolo di giornale dal titolo "La russia deve ricostruire il suo esercito" mi chiama alla mente alcune questioni, la necessità degli strumenti di guerra, una guerra nucleare che prima significata come possibile fine dell'umanità viene ora riproposta come fine della civiltà. Dall'annichilimento dell'uomo, alla distruzione dell'ordine precostituito, di quello che concerne al cittadino, la città e le mura che la circondano.
Quanto più sentito nella nostra generazione è la perdita dei confini, resi eterei dalla telematizzaizione della comunicazione, dalla perdita di centralità della città non più locale ma globale a questo fa da cornice lo smarrimento di una identità collettiva che più che favorire il mito della identità personale, dell'individualizzazione è andato nella direzione della identità diffusa, priva di confini interni ed esterni, priva di una continuità del sé e dei moltiplici sé e dell'altro e dei molteplici altro.
La questione si gioca sempre di più sulla relazione con l'alterità; leggevo del passaggio dal fantasma dell'inclusione nel partito, dal rischio dell'andare contro l'ordine precostituito, contro il bispensiero del Grande Fratello, all'ossessione moderna di rimanere all'interno del partito, all'interno della Casa del Grande Fratello per non rimanere fuori, nell'ignoto, nel territorio dell'altro.
Una cultura fissata sull'immagine del sé, una cultura di deriva narcisistica, dove la relazione con l'alterità non può più essere giocata sull'essere oltre all'altro, sulla propria questione individuale oltre al Nome-del-Padre, ma che si gioca sul possesso dell'altro nel tentativo di controllare ogni diversità, riconducendola al Sé o distruggendola, perchè del Sé e dei suoi limiti, ultimo la morte, non possono esserne accettati i confini.
Quanto più sentito nella nostra generazione è la perdita dei confini, resi eterei dalla telematizzaizione della comunicazione, dalla perdita di centralità della città non più locale ma globale a questo fa da cornice lo smarrimento di una identità collettiva che più che favorire il mito della identità personale, dell'individualizzazione è andato nella direzione della identità diffusa, priva di confini interni ed esterni, priva di una continuità del sé e dei moltiplici sé e dell'altro e dei molteplici altro.
La questione si gioca sempre di più sulla relazione con l'alterità; leggevo del passaggio dal fantasma dell'inclusione nel partito, dal rischio dell'andare contro l'ordine precostituito, contro il bispensiero del Grande Fratello, all'ossessione moderna di rimanere all'interno del partito, all'interno della Casa del Grande Fratello per non rimanere fuori, nell'ignoto, nel territorio dell'altro.
Una cultura fissata sull'immagine del sé, una cultura di deriva narcisistica, dove la relazione con l'alterità non può più essere giocata sull'essere oltre all'altro, sulla propria questione individuale oltre al Nome-del-Padre, ma che si gioca sul possesso dell'altro nel tentativo di controllare ogni diversità, riconducendola al Sé o distruggendola, perchè del Sé e dei suoi limiti, ultimo la morte, non possono esserne accettati i confini.
domenica 19 febbraio 2012
La danza della realtà.
"In quel clima torrido la sessualità era precoce. A fianco del nostro negozio si ergeva la caserma dei vigili del fuoco. Nel grande cortile, spenzolanti da un alto muro come le corde di un'arpa gigantesca, si allungavano le funi che servivano a reggere le maniche, lavate e distese ad asciugare dopo gli incendi. I figli del custode più i loro amici, una banda di otto ragazzini, mi avevano invitato ad arrampicarmi insieme a loro lungo venti metri di corda. Una volta in cima, al riparo degli sguardi degli adulti, seduti in circolo iniziarono a masturbarsi, sebbene l'emissione dello sperma fosse ancora una cosa leggendaria per loro. Con la mia ansia di comunicare, li avevo imitati. I loro falli infantili, con il prepuzio sigillato, si erigevano come ogive brune. Il mio pallido, mostrava apertamente l'ampia testa. Tutti notarono la differenza e si misero a ridere a crepapelle. "Ha un fungo!" Umiliato, rosso di vergogna, mi lasciai scivolare lungo la fune scorticandomi il palmo delle mani. La notizia si diffuse in tutta la scuola. Io ero un bambino anormale, avevo una “pichula” diversa. "Gliene manca un pezzo, non ha la punta!" La consapevolezza della mutilazione mi fece sentire ancora più distaccato dagli altri esseri umani Non appartenevo a quel mondo. Non avevo nessun posto dove stare. Meritavo soltanto di essere divorato dal silenzio." [La danza della realtà, Alejandro Jodorowsky]
Lettura in associazione a: -i- senza nome
Lettura in associazione a: -i- senza nome
Iscriviti a:
Post (Atom)