venerdì 23 marzo 2012

Poesia senza titolo

Vivere e morire per la donna più grande
la melodia del suono più dolce
il vino più inebriante;
un immagine in bianco e nero
un'idea romantica
un ideale utopico.
Vorrei morire dopo aver suonato la canzone perfetta
la musica del mondo intero,
dopo aver cantato la poesia di tutti gli uomini.
Vorrei salire sulla montagna più alta
e gridare forte il mio amore.
Facce anonime senza nome
e senza storia.
E dopo tutto questo
vorrei morire.
La morte è la fine di quel film
che noi tutti chiamiamo vita,
dove se non è successo almeno un fatto
che meriti di essere ricordato,
allora l'attesa della morte sarà angosciante.
Vecchi e stupidi sotto le coperte di un letto malconcio,
in attesa di essere portati via.

Amedeo 'Vincent' Di Luna

sabato 17 marzo 2012

L'artificio Intellettuale


Sulla lettura del romanzo del 1964, ma pubblicato in Italia solo trentatre anni dopo, nel 1997, -The Simulacra – I Simulacri (edizione TIF, 7.90 euro), Philip Kindred Dick dona una descrizione talvolta paradossale, talvolta originale, degli anni della politica dell’America Kennediana in soluzione fantascientifica. 

L’artificio originale è quello di dio in provetta. In soluzione. Ma la solubilità di dio risulta troppo diluita, e lo scacco algebrico fa acqua. 

La coerenza, che vuole essere sfuggevole per la sua narrazione frammentata -frazionata- non si trova nella trama come già data, ma nella costruzione propria di quest’ultima. La bottega delle esperienze, dei tratti, delle cifre, quadrano l’infinita parola fantascientifica. 

L’autore immagina una fusione topologica tra l’Europa e gli Stati Uniti, diventati USEA: Stati Uniti d’Europa e d’America, nati dalla fusione in piena Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e la Germania. La Germania di Adenauer. 

Dick pare da subito tagliato per la politica, per l’araldica della politica, infatti a capo di questa grande fusione c’è la First Lady Nicole Thibodeaux. Una donna di elegante finezza, di un infinito sapere, che presiede i cuori di ogni buon cittadino fedele. 

La sua impresa, nella sua imperiale funzione, è quella di gerarchizzare, manipolare e educare i suoi fedeli a reti unificate, e il personaggio in cerca d’autore fugge, trovando come unico punto di fuga, l’Universo. 

L’emigrazione su altri pianeti, naturalmente risulta, per ognuno e in ogni modo, proibita da sua maestà gourmet. E così, la paura per il grande giudice, mette a dura prova quelle poche anime temerarie, lasciando di resto la maggior parte dei cittadini a spettacolarizzare, in un talk show, la propria arte e passione.
Ma l’osceno deve ancora arrivare, il Simulacro, Simula-crum che simula, si deve ancora rappresentare. Deve ancora volgere la sua riproduzione tecnica. La riproduzione di se stesso, la copia esponenziale della logia e della gnosi del suo corpo. La trascrizione rigorosa del sogno Laplaciano è la conoscenza del tempo di un istante, dove il corpo può essere infinitamente immortalato nella sua completezza. La completezza del soggetto, quello che si sveste o si veste, secondo l’occasione, in Nome del Padre. 

La questione si fa simbolica. Sergio Benvenuto in La gelosia –edizione Il mulino- scrive della madre: “la madre è geneticamente programmata”, lei dà l’imprinting. Così, distinguendo al meno quattro fasi dell’attaccamento madre- macchina, l’unica differenza sembra essere il fine. Lo scopo. Nella macchina dice Sergio Benvenuto, la riproduzione ha uno scopo, mentre la macchina vivente (l’uomo incluso) non ha scopo. È senza gravità. È l’uomo che deve solo godere della quantità che il mercato dona. E i droghieri del globo propinano due soluzioni alchemiche, il corpo senza organi quello di Artaud e il corpo disunito –fratto- di W. Benjamin che scrive, a proposito del funzionamento dell’inconscio, d’inconscio istintuale. Forse era riferito a un istinto suicida. 

E così nasce il simulacro collettivo, dove l’organismo è animato da un sovra ordine simbolico, che da il via a un metabolismo gnosologico e alla capacità di trasformare il cibo e i liquidi. Il mantenimento del tono è solo muscolare e il talento è solo meccanico. Le buon’anime fedeli sono condannate nel girone della lussuria, dove non mancano fatica e sonno, che, grazie alla fabbricazione di virus, di mercati di virus, in provetta, gli stati psichici trasmutano secondo prescrizione medica. Insomma un vero e proprio noi stessi, la cui interfaccia chimica rappresenta l’immaginario di un corpo “immortale”. 

Cancellando il confine tra natura e cultura, tra il dentro e il fuori, tra l’interno e l’esterno Philip Dick, indotto da una droga divinizzata sovverte le istanze logiche, e orienta il suo occhio oltre i limiti dei modelli sistemici, proiettandosi nella galassia. Ma il contrappasso è tecnico e la cronologica è potenziale. 

I dinamismi sono sempre gli stessi, la taglia è sempre su Dio/Gene. 

Un Dio non dio. Un dio divinizzato. 

La demitificazione porta alla divinazione del discorso. Il discorso è sempre quello dell’Altro. Dal Guru, - il santone-, fino all’uomo New Age, il Profeta. E su questo principio di ragione la beatitudine è sempre nella genetica della pasticca. Ma l’artificio è la quadratura del cerchio artificiale/naturale. Il dispositivo è intellettuale. La parola è fantascienza. La cifra è simula- crum l’esperienza/strumento vitale. L’agirArte, l’artificio, è il secondo rinascimento. L’ateismo e il teismo, il teofagismo scrive Giancarlo Calciolari, è di Madame Gourmet la cui anoressia mentale la trascina a divorare i cuori dei suoi cittadini. La sua parola è infernale. Il desiderio di avere gli animi delle persone svela la sua finezza culinaria. L’anfibologia della sua bocca predilige le autostrade midollari, spinali e venali, con un particolare accento sulle pulsionali. La sua epoché segna il conto delle ore di trasmissione e manipolazione genetica. Una questione di principio che stabilisce una linea dell’effettivo problema. La vita contro il sapere. La vita divina e il sapere divinizzato. Il problema è filosofico? 

La conoscenza, il sapere supposto nell’altro, trova soluzione nella batteria del pensiero comune, che esclude il terzo. L’altro. Al quale, se io è l’altro, all’altro s’impone la legge della divina concessione. Amen. E così la First Lady Nicole Thibodeaux gioca sull’etichetta piuttosto che sull’obbligo della sua etica. Lei si diverte a esibire il galà della cera, la geometria dell’imago, l’oscenità della sembianza. Il sistema teofagico è decisamente formale e logicista: di riduzione logica; quella di Russell, che intendeva ridurre tutta la matematica in logica. La cera è il dispositivo d’apertura. 

L’ateismo è il Pharmakon moderno. L’altra faccia del teismo. Una faccia della stessa medaglia. L’UNsieme. È l’uno che si divide in due nell’infinito duplicato del duplicato, fino a inghiottirsi da solo. La bottiglia di Felix Klein o -il nastro di Möbius-. Una bottiglia non orientabile, dove non c’è più dentro o fuori. Bene o male, vero o falso. È la bottiglia del nulla. Del dio che non accetta né l’uno né il due, perché sia l’uno che il due sono troppo sostanziali/materiali. E così Philip Dick parte per l’Universo. Per l’insieme. Per la comunità. Per essere la sostanza di una nuova civiltà su Marte dove, in una notte di giubilo, si muore di nulla. Di un vuoto incommensurabile. La medicina…, il Pharmakon moderno? La potenza sessuale. La rimozione del nome che rende divina alchimia sessuale. Ma il paradosso per i simulacri di unità oscene è che 2+2= 4. La quadratura è di ciascuno. È politica, ma non è la politica di ogni simulacro. L’astrazione è necessaria e l’artificio intellettuale.

Francis

La lingua savant

Il rapporto che ho con la lingua è estetico, nel senso che trovo alcune parole o combinazioni di parole particolarmente belle e stimolanti. A volte leggo e rileggo una certa frase per le sensazioni che suscita in me. I sostantivi sono le mie parole preferite, perché sono le più semplici da visualizzare. Ho un ottima memoria visiva, e quando leggo una parola o una frase chiudo gli occhi e la visualizzo, dopodiché la ricordo perfettamente. Vi sono alcuni aspetti della lingua che trovo più problematici di altri. Le parole astratte sono molto più difficili da capire per me e ho un'immagine mentale di ognuna che mi aiuta ad afferrarne il significato. Ad esempio la parola “complessità” mi fa pensare ad una treccia di capelli con varie ciocche che formano un insieme composito. Allo stesso modo la parola “trionfo” evoca nella mia mente l'immagine di un grande trofeo dorato. Se sento parlare del “trionfo elettorale” di un politico, immagino quest'ultimo che solleva un trofeo sopra la testa come l'allenatore di una squadra di calcio. Alcune strutture sintattiche sono particolarmente complicate da analizzare per me, come: "non è inesperto in queste cose", dove le due negative (non e in) si annullano. Da bambino trovavo decisamente oscure le espressione idiomatiche. Quando sentivo che qualcuno aveva del fegato pensavo: ma non lo abbiamo tutti il fegato? […]
Da bambino accarezzai per anni l'idea di creare una lingua tutta mia per alleviare la mia solitudine e godere del piacere che provavo giocando con le parole. A volte, quando sentivo un'emozione particolarmente forte o mi trovavo di fronte a qualcosa di molto bello, nella mia mente si formava spontaneamente una parola nuova che non avevo idea da dove venisse. Allo stesso modo, trovavo spesso al lingua dei miei coetanei stridente e confusa. Venivo preso in giro perché usavo frasi lunghe, accurate ed eccessivamente formali e, quando ricorrevo a uno dei miei neologismi per esprimere ciò che sentivo, non venivo quasi mai capito. I miei genitori mi dicevano di smettere di "parlare di modo strano". Malgrado ciò, continuai a sognare che un giorno avrei parlato una lingua tutta mia che mi avrebbe aiuto ad esprimermi compiutamente e che non sarei stato preso in giro o rimproverato per il fatto di utilizzarla. Quando smisi di studiare mi resi conto che avevo il tempo di perseguire seriamente quell'idea. Scrivevo le parole che mi venivano in mente e sperimentavo diverse possibilità di pronuncia e di costruzione delle frasi. Battezzai la mia lingua "manti" dal finlandese “manty” che significa pino. Molte delle parole del manti sono di origine baltica e scandinava cosi come i pini sono originari dell'emisfero boreale e sono particolarmente diffusi in Scandinavia e nella regione baltica. Ma c'è un altro motivo per la scelta di questo nome: i pini crescono spesso insieme in grandi gruppi e simboleggiano l'amicizia e la collettività.
Il manti è provvisto di una sua grammatica e di un vocabolario composto da oltre mille parole, ed è in continuo divenire. Ha attratto l'interesse di numerosi studiosi del linguaggio che ritengono possa contribuire a far luce sulle capacità linguistiche che condivido con altri savant.
Uno degli aspetti che amo di più di giocare con la lingua è la creazione di nuove parole e idee. Nel manti cerco di fare in modo che le parole riflettano i rapporti fra cose diverse: “hamma” (dente) e “hemme” (formica, un insetto che morde) e “rat” (cavo) e “ratio” (radio). Alcune parole hanno significati multipli e correlati: “puhu”, ad esempio, può significare vento, respiro e spirito.
Il manti possiede molte parole composite: “puhekello” (telefono, letteralmente “campana parlante”), “ilmalav” (aeroplano, letteralmente “nave dell'aria”) “tontoo” (musica, letteralmente “arte del tono”) e “ratalo” (parlamento, letteralmente “luogo di discussione”) .
Quanto ai termini astratti, vi sono diversi modi per esprimerli. Uno è la creazione di un composto: il concetto di ritardo si traduce con “kellokult” (letteralmente “debito di orologio”). Un altro metodo consiste nell'utilizzare coppie di parole, come avviene in estone, lingua appartenente al ceppo ugro-finnico. L'equivalente del manti del termine latticini è “pimat kermat” (latte e panne); quello di calzature è invece “koet saapat" (scarpe e stivali).
Sebbene il manti sia molto diverso dall'inglese, possiede molti termini facilmente riconoscibili dagli anglofoni come “nekka” (collo), “kuppi” (tazza) “purassi” (portafogli) “noot” (notte) e “pepi” (bimbo). Il manti è l'espressione tangibile e comunicabile del mio mondo interiore. Ogni parola, con i suoi colori e la sua consistenza è per me un'opera d'arte. Quando penso o parlo in manti è come se dipingessi con le parole. [Da Nato in giorno azzurro, Daniel Tammet]

La lingua schizofrenica

[...]Infatti scrivevo in "lingua" cioè, nel mio linguaggio segreto, usando espressioni e parole che sorgevano improvvisamente in me o che io stessa costruivo; poiché non mi sarei mai sentita in diritto di scrivere con parole vere. In questo caso la Regina avrebbe avuto il diritto di punirmi, poiché le lamentele che le indirizzavo erano accusatrici e ostili. Quando scrivevo in "lingua" mi indirizzavo alla vera Mamma, alla Mamma delle mele che amavo e che mi amava. Ma la vera mamma non poteva comprendere, poiché la Regina onnipotente e temibile l'aveva completamente sostituita. [...] Ebbi ancora crisi di colpevolezza; in quei momenti il mio dolore morale era infinito e piangevo per ore gridando "Raite, raite, raite, was habe ich gemacht?". Esprimevo spesso le mie lamentele in "lingua", usavo cioè parole incomprensibili, di cui alcune si ripetevano continuamente, come: "ichtiou, gao, itivarè gibastou, Ovèdè, ecc.". Non mi sforzavo ad inventarle; venivano spontaneamente e non significavano nulla per conto loro; erano il tono, il ritmo e la pronuncia che possedevano un senso. Mi lamentavo con queste parole esprimendo il profondo dolore e l'infinita desolazione che avevo in cuore. Non usavo le parole abituali poiché il mio dolore e la mia desolazione non avevano un oggetto reale. [Da Diario di una schizofrenica, Marguerite A. Sechehaye]

martedì 13 marzo 2012

Poichè l'amore è
come il gioco
dell'aquilone,
ha un senso solo se
ci si gioca
a distanza di spago,

se l'azzardo lo tira
troppo vicino a se,
l'amato perde
la forza di levità
che lo rende mistico.

Riccardo

Ricordo


Ebbene il monile ricordo
Che, nonostante mi sforzi ,
pellegrina mesto,
Errante s’affretta.

Ma colui la cui maestà attende,
sull’anulare s’acquieta,
e in un sodalizio di sangue
beve e poi disprezza.

È la farfalla della notte.
L’albatro, il crepuscolo,
è il pleonasmo dell’impresa
la cui discrezione del viaggio
sul taglio, sulla scena,
-narra –
ciò che mi lega
ciò che m’incatena. 

Francis

lunedì 12 marzo 2012

"Solitudine"


Essere l'unica stella
visibile nello spazio nero.
Coccolata dal silenzio
e da pensieri rumorosi,
che fanno eco.
Essere la stella di qualcuno,
che si ama e si desidera,
ma da lontano
e in tacito silenzio.

- Amedeo 'Vincent' Di Luna -